Ponte sullo Stretto, De Masi: “La rappresentazione icastica di un’ansia comprensiva di velleitarismo propositivo e irresponsabilita politica

Ponte sullo Stretto, De Masi: “La rappresentazione icastica di un’ansia comprensiva di velleitarismo propositivo e irresponsabilita politica

Le motivazioni su cui sono fondate le contrarietà all’opera sono ben note

La realizzazione del ponte sullo stretto sarebbe, nelle condizioni date, infrastrutturali e non solo, nelle 2 Regioni interessate, la rappresentazione icastica di un’ansia comprensiva di velleitarismo propositivo ed irresponsabilita politica. Trionfo di onanismo infantile. Le motivazioni su cui sono fondate le contrarietà all’opera sono ben note. Oggettivamente condivisibili eppure disdegnate, non senza sofferte posture dialettiche, da parte di alcuni dei suoi fautori. La stessa Meloni ne ha esaltato la strategicita con malcelato imbarazzo. Il linguaggio del corpo  non mente. L’imponenza del ponte non eccita emozioni o sogni. Semmai, sdegno politico a parte, sgomento. Fare “purchessia”  è gesto retorico. Fare “ovunque” sia è pericoloso: e nella fattispecie, le osservazioni circa i rischi ambientali sono state scientificamente qualificate; le rassicurazioni sulla sicurezza declinate genericamente. Conosco persone appartenenti allo schieramento di destra centro che, nelle conversazioni private , non ne nascondono quanto meno perplessità. Ed è anche vero che qualcuno, riconoscibile come progressista, indulga a qualche apprezzamento. Quest’ultima posizione mi appare franco cedimento al mero valore economico dei cantieri  più che vera condivisione della sua funzionalità. Nella disperazione, segnata da bisogno estremo, si accoglie di buon grado il rimedio contingente che ne lascia intatta la portata strutturale. Piuttosto, l’occasione avrebbe potuto essere propizia, per le due Amministrazioni Regionali, che impegnano anche proprie risorse nel progetto, per una solidale ricapitolazione dei datati bisogni di entrambi i territori. Il loro soddisfacimento preventivo rispetto alla realizzazione del ponte o la contestualità realizzativa non sarebbe stata una pretesa. Semmai, determinazione politica per la contestualizzazione giusta per l’utilità dell’opera. Una richiesta risoluta di rispetto per comunità  che meritano, quanto le altre, opportunità di cura, di mobilità e di servizi civili. Si sarebbe conferito alla politica un impulso di verità, valore fondante della democrazia. Reputo non sarebbe stato particolarmente complicato reperire 20 miliardi, in luogo dei 14 destinati al ponte, allo scopo, per fare 2 esempi, di completare l’alta velocità ( senza la quale il ponte è solo simbolo di arditezza tecnica) o assicurare la disponibilità di acqua nelle case di molti siciliani. Costoro, come i calabresi, pagano le stesse tasse di quanti altrove dispongono di tutti i servizi. Quelli che davvero sono il paradigma della modernità. Della civiltà. Sarebbe stata occasione per un patto per una nuova libertà per Sicilia e Calabria. Non si sarebbero evidentemente dovuti sottrarre i parlamentari nazionali delle 2 regioni. Mi scuso per la metafora :  qui va costruito anzitutto il ponte che ci unisca alle altrui agiatezze nazionali. Se non europee. In assenza di questo, la modernità attribuita al valore del ponte è una coltre patinata che nasconde il nostro disagio, persino osceno in alcuni tratti ed al tempo odierno. In questi ultimi periodi sono state licenziate leggi salva Milano e a favore di Roma Capitale, probabilmente giuste. Possibile non si comprenda che se non si soccorre la parte più sofferente del Sud  rischia l’intero Paese? Quanto è lontana quella Politica che rimise in piedi l’Italia: non è una distanza temporale. È lontana dalle nostre menti. E dai nostri cuori. La politica del coraggio soccombe a quella della pigrizia, della subordinazione ai nuovi satrapi del mondo: pronti a reperire diverse centinaia di miliardi per soddisfare bizzarrie e capricci autarchici. Indifferenti a bisogni primari di casa nostra. E pensare che non ci sfuggono quelli degli Africani: sarò io, nostalgico della prima Repubblica, che non colgo la statura degli Statisti di oggi.

La realizzazione del ponte sullo stretto sarebbe, nelle condizioni date, infrastrutturali e non solo, nelle 2 Regioni interessate, la rappresentazione icastica di un’ansia comprensiva di velleitarismo propositivo ed irresponsabilita politica. Trionfo di onanismo infantile. Le motivazioni su cui sono fondate le contrarietà all’opera sono ben note. Oggettivamente condivisibili eppure disdegnate, non senza sofferte posture dialettiche, da parte di alcuni dei suoi fautori. La stessa Meloni ne ha esaltato la strategicita con malcelato imbarazzo. Il linguaggio del corpo non mente. L’imponenza del ponte non eccita emozioni o sogni. Semmai, sdegno politico a parte, sgomento. Fare “purchessia” è gesto retorico. Fare “ovunque” sia è pericoloso: e nella fattispecie, le osservazioni circa i rischi ambientali sono state scientificamente qualificate; le rassicurazioni sulla sicurezza declinate genericamente. Conosco persone appartenenti allo schieramento di destra centro che, nelle conversazioni private , non ne nascondono quanto meno perplessità. Ed è anche vero che qualcuno, riconoscibile come progressista, indulga a qualche apprezzamento. Quest’ultima posizione mi appare franco cedimento al mero valore economico dei cantieri più che vera condivisione della sua funzionalità. Nella disperazione, segnata da bisogno estremo, si accoglie di buon grado il rimedio contingente che ne lascia intatta la portata strutturale. Piuttosto, l’occasione avrebbe potuto essere propizia, per le due Amministrazioni Regionali, che impegnano anche proprie risorse nel progetto, per una solidale ricapitolazione dei datati bisogni di entrambi i territori. Il loro soddisfacimento preventivo rispetto alla realizzazione del ponte o la contestualità realizzativa non sarebbe stata una pretesa. Semmai, determinazione politica per la contestualizzazione giusta per l’utilità dell’opera. Una richiesta risoluta di rispetto per comunità che meritano, quanto le altre, opportunità di cura, di mobilità e di servizi civili. Si sarebbe conferito alla politica un impulso di verità, valore fondante della democrazia. Reputo non sarebbe stato particolarmente complicato reperire 20 miliardi, in luogo dei 14 destinati al ponte, allo scopo, per fare 2 esempi, di completare l’alta velocità ( senza la quale il ponte è solo simbolo di arditezza tecnica) o assicurare la disponibilità di acqua nelle case di molti siciliani. Costoro, come i calabresi, pagano le stesse tasse di quanti altrove dispongono di tutti i servizi. Quelli che davvero sono il paradigma della modernità. Della civiltà. Sarebbe stata occasione per un patto per una nuova libertà per Sicilia e Calabria. Non si sarebbero evidentemente dovuti sottrarre i parlamentari nazionali delle 2 regioni. Mi scuso per la metafora : qui va costruito anzitutto il ponte che ci unisca alle altrui agiatezze nazionali. Se non europee. In assenza di questo, la modernità attribuita al valore del ponte è una coltre patinata che nasconde il nostro disagio, persino osceno in alcuni tratti ed al tempo odierno. In questi ultimi periodi sono state licenziate leggi salva Milano e a favore di Roma Capitale, probabilmente giuste. Possibile non si comprenda che se non si soccorre la parte più sofferente del Sud rischia l’intero Paese? Quanto è lontana quella Politica che rimise in piedi l’Italia: non è una distanza temporale. È lontana dalle nostre menti. E dai nostri cuori. La politica del coraggio soccombe a quella della pigrizia, della subordinazione ai nuovi satrapi del mondo: pronti a reperire diverse centinaia di miliardi per soddisfare bizzarrie e capricci autarchici. Indifferenti a bisogni primari di casa nostra. E pensare che non ci sfuggono quelli degli Africani: sarò io, nostalgico della prima Repubblica, che non colgo la statura degli Statisti di oggi.

Emilio De Masi

Redazione Comitato MagnaGraecia