Crotone, Lentini: “Da città diffusa a città compatta”
Una città che cresce in modo disordinato e che consuma suolo
Una città che cresce in modo disordinato e che consuma suolo: così, in poche parole, riassumo il fenomeno di Crotone come città diffusa, quello che in termini tecnici e specialistici viene chiamato “urban sprawl”. Non è difficile infatti, ormai, osservare come tutte le periferie di Crotone siano interessate da questo fenomeno della città diffusa. Con la tendenza, sempre più invasiva, di allontanarsi dal caotico e magmatico centro urbano, restando comunque all’interno del cosiddetto “hinterland”, che diventa disseminato di agglomerati urbani sparsi, senza un’apparente pianificazione. I principali effetti negativi dell’esplosione urbana sono, oltre alla mancata pianificazione dell’espansione della città, l’elevato consumo del suolo a fronte di una scarsa densità abitativa. E se questo vale per tutte le città ha un valore esponenziale per Crotone, se è vero com’è vero, che la città non solo non cresce ma con il tempo si va spopolando e, fatto da non trascurare, si va impoverendo. Va da sé, che questo non giovi minimamente all’ambiente, di cui in città si parla molto e, il più delle volte, molto e a vanvera. Nei secoli, ci ricordano gli storici e gli studiosi delle città, “la città storica si è distinta per il suo insediamento accentrato intorno ad un punto nodale, solitamente di interesse commerciale o difensivo”. Intorno ad esso, il punto nodale, la città si costituiva ed evolveva, ma sempre con una densità abitativa molto elevata. Per dare l’idea di quanto affermo si pensi a quello che è il centro storico di Crotone , quella che era la piccola città di Cotrone, che doveva il suo insediamento urbano a interessi difensivi militari molto rilevanti dal punto di vista stretegico. Diventi, con il passare degli anni sino ai primi anni del 900, sempre meno importanti quando il desiderio e la necessità e la ricerca di una dimora a causa, e per merito, della stravolgente e repentina industrializzazione di fatto creò le condizioni perchè la città si espandesse, in modo disorganizzato e non pianificato, nel territorio circostante con nuove abitazioni. Oltre ad un notevole consumo di suolo, oggi non più ammissibile, quella diffusione, nel tempo, creò inoltre i cosiddetti quartieri dormitori, un esempio tra i tanti, il più estremo, anche se avvenuto più avanti negli anni, l’isolato dei quartieri Tufolo e Fondo Farina, in parte rotto dalla presenza di un centro commerciale e da alcune sparute attività commerciali e la presenza di due edifici scolastici .Un pezzo di “città” sprovvisto perfino di minimi servizi, e costituito da abitazioni servite da strade vicinali e niente altro.
È intuitivo comprendere che tutto questo non ha nulla a che vedere con il vero concetto di città. Bisogna infatti a questo punto fare un distinguo importante e necessario. La dispersione urbana non significa crescita. Si tratta invece di un passaggio, dalla città compatta del passato come detto in precedenza, alla moderna città diffusa. “Una città appunto esplosa, diffusa: “sprawl”, termine inglese che meglio rappresenta il fenomeno” … [oltre appunto al] … “fenomeno del consumo del suolo, che già potrebbe essere sufficiente a catalogare questa espansione diffusa come non ecosostenibile, questa esplosione della città porta gli abitanti delle zone a bassa densità a doversi spostare quotidianamente. Di conseguenza, utilizzando spesso auto di proprietà per raggiungere il luogo di lavoro e servizi, dislocati all’interno della città compatta, si ha la tendenza ad incrementare l’inquinamento atmosferico da polveri sottili. Le conseguenze di tutto questo sono evidenti. Da una parte, [……….] , i problemi di sostenibilità ambientale; ma non bisogna dimenticare anche le sfide di carattere sociale, che la città diffusa ha portato alla luce”. I nuovi stili di vita, plasmati o determinati dalla dispersione abitativa, sono spesso caratterizzati dallo smarrimento del senso di appartenenza e di identificazione con i luoghi. I nuovi quartieri dell’esplosione urbana rischiano di isolare gli abitanti dal resto della città. Questi quartieri diventano, in questo caso, delle vere e proprie “città nella città”, in cui gli abitanti non si sentono più legati ad un luogo.
Per porre fine e, in un certo senso, anche rimedio al fenomeno, è necessaria un’attenta implementazione delle politiche di pianificazione urbanistica per guidare le città verso uno sviluppo strutturato, che preservi in prima istanza le aree verdi e gli spazi a destinazione agricola. Ciò può essere attuato solo tramite attente politiche di pianificazione urbanistica, che riportino il trend verso la città compatta e la maggiore densità abitativa, per anni tanto “demonizzata”. Attente politiche di pianificazione urbanistica che mi auguro siano state tenute nella giusta considerazione dai professionisti che hanno lavorato e stanno lavorando al nuovo Piano Strutturale Comunale di Crotone. Non è un caso se la città storica di Crotone ha saputo, nei secoli, evolversi e adattarsi ai tempi, senza perdere, se non in parte, la propria identità. E’ la dimostrazione di un modello insediativo funzionale, cosa che non si può dire altrettanto per la città diffusa di oggi. La città compatta è una città concentrata, come suggerisce la definizione stessa, con relazioni complesse ma ridotte. Ciò permette una gestione più semplice dell’area urbana e, soprattutto, con un minor consumo di suolo. Un altro modo per porre fine al consumo di suolo nel caso di Crotone potrebbe essere rappresentato dal pensare la città come una città di e dei “quartieri diffusi”. Una città dei quartieri diffusi che oggi si presenta come una città “smagliata” e che, invece, con e nel tempo andrebbe riammagliata e rammendata con un Piano di Rigenerazione Urbana Comunale dei Quartieri Cittadini. Un Piano di rigenerazione urbana in grado di immaginare e ideare e pensare e progettare e costruire e riportare alla luce una nuova forte identità dell’intera area urbana partendo dal vecchio insediamento abitativo della città vecchia, dell’antichissima e nobilissima città di Crotone, oggi il nostro piccolo e prezioso, anche se in parte deturpato e violentato, centro storico. Seguendo e , sotto quest’aspetto, senza vergogna alcuna, copiando se fosse il caso , e lo porto solo come esempio, le indicazioni del gruppo di lavoro coordinato dall’architetto Renzo Piano per “la città che sarà” che ha riguardato e riguarda la città di Torino considerata bene comune. Per questo, ed è questo il vero motivo del mio intervento, va creato un gruppo di lavoro interdisciplinare, partendo dagli ordini più direttamente interessati, per creare le condizioni per la città che sarà in cui Crotone dovrà essere considerata come se fosse un bene comune. L’unico nostro bene comune. Tutto il resto piccol(issime)e schermaglie e odios(issim)i schermatori in cerca di fortuna e di notorietà.
Giovanni Lentini