La montagna dimenticata, Lauria: “La cabinovia che avrebbe potuto cambiare Corigliano-Rossano”
Le aree montane del Comune jonico lasciate indietro: quasi fossero un peso e non una risorsa
La montagna di Corigliano Rossano è lì, immobile, silenziosa, piena di case vuote, ville chiuse, strade poco percorse. Un patrimonio enorme che negli anni è stato lasciato indietro, quasi fosse un peso e non una risorsa. Eppure una strada possibile era stata indicata, messa nero su bianco, spiegata con dati, tempi e numeri. Era il 2019 quando l’ingegnere Nilo Domanico, attraverso un intervento pubblico, propose una visione organica per ricucire una città divisa, non solo nella forma ma anche nella vita quotidiana.
L’idea partiva da un presupposto semplice: una città unita deve potersi muovere come un corpo solo. Corigliano Rossano nasce dalla fusione di due realtà storiche, ma continua a vivere come due città separate, con una distanza fisica che diventa distanza sociale, economica, culturale. La parte alta, la montagna, è il simbolo più evidente di questa frattura. Abitazioni dismesse, servizi ridotti, collegamenti quasi assenti. Senza mobilità pubblica non c’è accesso, senza accesso non c’è sviluppo, senza sviluppo arriva l’abbandono.
Nel suo intervento, Domanico parlava di connessione reale, non solo amministrativa. Unire centro storico, area urbana e scalo con un sistema moderno, sostenibile, capace di superare i limiti di strade e trasporti insufficienti. La proposta era quella di una cabinovia urbana, pensata come un percorso circolare in grado di collegare Corigliano e Rossano dall’alto, ridando centralità alla montagna e offrendo un nuovo modo di vivere la città. Un collegamento Mare-Monti immediato.
Non un’idea astratta, ma uno studio tecnico dettagliato, elaborato insieme all’architetto Fiorenza Matteoni. Tempi chiari, costi contenuti, vantaggi ambientali misurabili. La cabinovia, spiegava Domanico, è silenziosa, veloce, con un impatto ridotto sul territorio. Non richiede espropri, non spezza il paesaggio, non consuma suolo. Produce emissioni minime rispetto a bus e automobili e garantisce un flusso continuo di passeggeri, riducendo attese e disagi.
I numeri parlavano da soli: sette minuti dallo scalo al centro storico di Rossano, nove minuti per Corigliano. Una capacità di trasporto fino a 2.400 persone ogni ora. Tempi di realizzazione stimati tra i dieci e i dodici mesi. Una risposta concreta a un problema che da decenni penalizza la montagna e chi ha scelto di restarci.
Quella proposta non riguardava solo gli spostamenti. Parlava di economia, turismo, vivibilità. Una cabinovia urbana avrebbe restituito valore a immobili oggi inutilizzati, trasformando ville e abitazioni chiuse in opportunità per residenze, strutture ricettive, attività legate al territorio. La montagna sarebbe tornata ad essere abitata, vissuta, frequentata. Non un luogo da cui scendere, ma un luogo in cui tornare.
C’era anche una visione culturale forte. Viaggiare sopra la città, osservare dall’alto il Golfo di Sibari, la catena del Pollino, la Sila. Un modo diverso di percepire Corigliano Rossano, non più come somma di parti distanti ma come un unico spazio urbano continuo. Un mezzo di trasporto che diventa anche esperienza, capace di attirare visitatori e di cambiare lo sguardo degli stessi residenti.
A distanza di anni, quella proposta assume un peso ancora maggiore se letta alla luce delle risorse che successivamente sono arrivate. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha destinato fondi importanti alla mobilità pubblica sostenibile, al riequilibrio territoriale, alla rigenerazione delle aree interne. Il progetto della cabinovia urbana avrebbe potuto trovare spazio naturale in quel contesto, rispondendo perfettamente agli obiettivi di riduzione delle emissioni, miglioramento dei servizi e rilancio delle zone marginali.
Inserire una simile opera nel Piano avrebbe significato dare una risposta strutturale alla crisi della montagna, invece di interventi frammentati e spesso temporanei. Avrebbe voluto dire investire su un’infrastruttura capace di durare nel tempo, di cambiare abitudini, di creare nuove economie. Avrebbe voluto dire trasformare una visione in realtà.
Oggi la montagna continua a pagare l’assenza di una mobilità pubblica efficace. Senza collegamenti rapidi e affidabili, vivere in altura diventa una scelta faticosa, spesso impossibile per anziani, famiglie, studenti. Le case restano vuote, le aree urbanizzate si spengono, il territorio perde valore. Eppure quella proposta dimostrava che un’alternativa esisteva ed era praticabile.
Rileggere oggi le parole di Domanico non serve a guardare indietro con rimpianto, ma a interrogarsi sulle scelte mancate. Le idee, quando sono fondate e documentate, hanno bisogno di ascolto e coraggio politico. La montagna di Corigliano Rossano non chiede assistenza, chiede accesso. Chiede di essere collegata, attraversata, vissuta.
Quel progetto parlava di futuro quando ancora il futuro sembrava lontano. Oggi, con risorse disponibili e problemi ancora irrisolti, appare chiaro che non era un sogno, ma una proposta concreta rimasta senza seguito. E forse il vero errore non è stato non realizzarla, ma non averla nemmeno discussa fino in fondo come meritava.
Matteo Lauria