Sanità sullo Jonio, Lauria: “Magna Graecia, un progetto con hub e autonomia”
Inutili le recriminazioni se i bacini restano disomogenei e mancanti di requisiti demografici
La Calabria è una regione divisa, non solo nelle distanze ma anche nell’accesso alle cure. C’è una parte di territorio, affacciata sullo Jonio, che storicamente paga un prezzo alto in termini di servizi sanitari. È l’area che unisce Sibaritide e provincia di Crotone, un bacino continuo, omogeneo, con una popolazione che supera i 370 mila abitanti. Un’area che, se letta insieme, avrebbe tutti i requisiti per essere riconosciuta come nuova provincia della Magna Grecia con doppio capoluogo (Crotone e Corigliano Rossano). Una soluzione che darebbe risposte concrete anche sul fronte sanitario.
Cosa significa rimodulare le province in Calabria?
Parlare di rimodulazione delle province non vuol dire moltiplicare poltrone o confini. Vuol dire adattare l’organizzazione dello Stato alla realtà dei territori. Oggi le province calabresi rispondono a equilibri vecchi di decenni, mentre: la popolazione è cambiata, i flussi di mobilità sono cambiati, i bisogni di salute sono aumentati. La sanità, più di ogni altro settore, soffre questa rigidità. Perché le cure non seguono le mappe, ma le persone.
Magna Graecia: un’area vasta che già esiste, ma che la Politica finge di non vedere
La Magna Graecia jonica, intesa come Sibaritide e l’area del Crotoniate, non è un’invenzione. È un territorio reale, continuo, con: collegamenti difficili verso gli attuali centri di riferimento, tempi di percorrenza lunghi in caso di emergenza, una popolazione paragonabile a quella di una provincia media. Con circa 400mila abitanti, questa area supera la soglia utilizzata nella programmazione sanitaria regionale per i bacini complessi.
Perché la sanità è il punto chiave?
La sanità pubblica si organizza su bacini di utenza. Più il bacino è ampio e coerente, più è possibile garantire servizi completi. Oggi, invece, lo Jonio nord e centrale è spezzettato: strutture dipendenti da aziende lontane, decisioni prese altrove, reparti che faticano a crescere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno servizi, più trasferimenti verso i Capoluoghi storici, più rinunce.
Cos’è un ospedale Hub e perché conta?
Un ospedale Hub è un presidio di riferimento per i casi più complessi. Non è un grande edificio, ma una struttura che garantisce: pronto soccorso avanzato, reparti specialistici completi, interventi urgenti senza rinvii. È il luogo dove si va quando ogni minuto conta. Un hub è dotato di DEA di secondo livello, cioè un pronto soccorso in grado di affrontare le emergenze più gravi, senza dover trasferire i pazienti a centinaia di chilometri.
Cos’è, invece, un ospedale Spoke?
Uno spoke è un ospedale di area. Fa un lavoro essenziale, ma ha limiti chiari: non gestisce tutte le urgenze, stabilizza i pazienti, spesso deve trasferire verso altre strutture sanitarie. Lo Spoke è una parte della rete, ma non può sostituire un Hub.
La situazione attuale sullo Jonio
Oggi Crotone e Corigliano-Rossano, i due poli principali dell’area jonica, sono ospedali Spoke. Questo significa che: per molte emergenze serve il trasferimento verso altre Presidi specializzati. Ne consegue l’impossibilità a crescere del comparto sanitario locale perché dipendente da decisioni esterne. Due città, due territori ampii, nessun centro di riferimento di livello superiore.
Cosa cambierebbe con una provincia della Magna Graecia
Una nuova provincia non sarebbe solo un atto amministrativo. Sarebbe una base per ridisegnare la sanità. Con un bacino unico di circa 400mila abitanti, l’Arco Jonico potrebbe rivendicare: un ospedale hub di riferimento d’area, un DEA di secondo livello, un’azienda sanitaria propria, un’azienda ospedaliera autonoma. Non per togliere qualcosa ad altri, ma per colmare un vuoto evidente.
Azienda sanitaria e azienda ospedaliera: cosa significano?
Un’azienda sanitaria governa il territorio: medicina di base, prevenzione, assistenza, servizi. Un’azienda ospedaliera autonoma gestisce le strutture di maggiore complessità, con: autonomia gestionale, capacità di programmare, attrazione di professionisti. Oggi lo Jonio non ha né l’una né l’altra in forma piena.
Una questione di equità
Il punto non è stabilire chi è più importante. Il punto è garantire pari diritti di accesso alle cure. Quando un territorio è lontano dagli hub, ha una popolazione ampia e non ha strutture di riferimento, allora il sistema non è equilibrato.
Perché questa discussione riguarda tutti?
La sanità non è un tema per addetti ai lavori. Riguarda chi deve fare una tac, chi aspetta un intervento, chi affronta un’urgenza di notte. Riguarda famiglie che oggi sono costrette a: spostarsi, aspettare, rinunciare a curarsi. Parlare di provincia della Magna Graecia, in chiave sanitaria, significa una cosa sola: mettere le persone prima delle mappe. Lo Jonio ha numeri, territorio e bisogni per chiedere: una rete più giusta, servizi adeguati, scelte basate sulla realtà. Non è una battaglia ideologica. È una richiesta di normalità.
Perché la sola provincia della Sibaritide non va da nessuna parte?
La decisione del Consiglio comunale di Corigliano-Rossano di votare all’unanimità la nascita della sola provincia della Sibaritide, con una popolazione sotto i 200 mila abitanti, apre una riflessione che va affrontata senza slogan e senza illusioni. Soprattutto se il tema è la sanità, cioè ciò che tocca la vita quotidiana delle persone. Una provincia così piccola può avere un valore simbolico e identitario, ma nei fatti rischia di non produrre alcun cambiamento concreto.
I numeri contano, soprattutto in sanità
In Calabria la programmazione sanitaria si basa sui bacini di utenza. Più il bacino è ampio, più è possibile ottenere strutture complesse, reparti strategici e servizi avanzati. Una provincia sotto i 200 mila abitanti: ha poco peso decisionale, non sposta gli equilibri regionali, resta dipendente da altri territori. Questo vale ancora di più per gli ospedali.
Hub e DEA di secondo livello: obiettivi irraggiungibili
Con questi numeri, la sola Sibaritide non può rivendicare un ospedale hub, né un DEA di secondo livello. La risposta della Regione sarebbe scontata: i bacini sono troppo piccoli e gli hub esistenti bastano. Il risultato è semplice: nessun salto di qualità, nessuna riduzione dei trasferimenti, nessuna emergenza gestita in loco. Gli ospedali resterebbero Spoke, cioè strutture che stabilizzano e poi inviano altrove i pazienti più gravi.
Azienda ospedaliera autonoma: un traguardo fuori portata
Un’azienda ospedaliera autonoma ha bisogno di: grandi volumi di attività, più presidi integrati, forza organizzativa. Una piccola provincia non garantisce nulla di tutto questo. A tal riguardo si veda il caso Crotone. I reparti restano fragili, il personale manca, l’autonomia resta teorica.Anche l’azienda sanitaria sarebbe debole. È vero: una provincia può avere una propria azienda sanitaria. Ma in questo caso sarebbe: sottodimensionata, con poche risorse facilmente commissariabile. In pratica, non cambierebbe il rapporto di forza con la Regione.Per i cittadini cosa cambierebbe? Poco o nulla. Le persone continuerebbero a: spostarsi per curarsi, attendere per esami e interventi, dipendere da decisioni prese altrove. La sola provincia della Sibaritide non porterebbe nuovi servizi, ma nuovi confini amministrativi.
Il nodo vero: una provincia senza forza
In Calabria, una provincia che non ha numeri e peso resta ai margini. Può esistere sulla carta, ma non incide sulle scelte che contano. Se l’obiettivo è: curarsi meglio, avere ospedali più forti, ridurre le disuguaglianze, allora una provincia sotto i 200 mila abitanti non basta. La provincia della sola Sibaritide rischia di essere una provincia di nome, non di servizi. Senza massa critica, senza forza sanitaria, senza strumenti reali. In sanità, più che i confini, contano i numeri e le funzioni. E una provincia così piccola, da sola, non va da nessuna parte.
Matteo Lauria