Bocciata la sicurezza a Corigliano-Rossano, Lauria: “No ai militari, sì al rischio”
Quando a essere in gioco è la vita delle persone, documentarsi e studiare dovrebbe essere un imperativo
A Corigliano Rossano la sicurezza diventa terreno di scontro politico. E a essere messo in discussione, questa volta, è un tema delicato e complesso: la tutela della vita dei cittadini. Il Consiglio comunale ha respinto la mozione per aderire al progetto “Strade Sicure”, cioè la presenza dell’Esercito sul territorio. Una scelta che lascia aperte domande pesanti. Parliamo di una città complessa, vasta, difficile da presidiare. Una realtà segnata, secondo atti giudiziari, dalla presenza di gruppi legati alla criminalità organizzata. Negli ultimi anni non sono mancati omicidi, tentati omicidi, sparatorie in pieno giorno, rapine con armi, incendi, estorsioni, scorribande e spedizioni punitive che vedono coinvolti anche adolescenti. Per non parlare dell’ultimo episodio avvenuto a Schiavonea in cui una coppia è stata costretta a rinchiudersi in casa per più tentativi di aggressioni armati di spranghe da parte di extracomunitari. Episodi che hanno inciso sulla vita quotidiana.
L’estate scorsa, a Lido Sant’Angelo, si è arrivati a un punto limite: colpi di pistola, attività paralizzate, paura diffusa. La gente evitava di uscire. Non è solo un fatto di cronaca, è un segnale chiaro. A questo si aggiunge la recente protesta pacifica a Schiavonea, dove i cittadini hanno chiesto più sicurezza. Una richiesta semplice, diretta.
In questo contesto, il no alla presenza dei militari pesa. Perché “Strade Sicure” non è una misura simbolica. I militari impiegati possono identificare persone, controllare veicoli, intervenire in flagranza di reato, effettuare perquisizioni urgenti, sequestrare oggetti. Non sostituiscono le forze di polizia, le affiancano, e rafforzano la presenza dello Stato. E la presenza, in territori esposti, è già un deterrente.
Basta guardare ai luoghi più frequentati: Schiavonea in estate, piazzetta Portofino, il lungomare, Lido Sant’Angelo. Migliaia di persone, flussi continui, controllo difficile. In una città tra le più estese d’Italia, il problema non è teorico, è concreto. E allora la domanda è semplice: perché dire no? Non si tratta di costi, perché l’Esercito non pesa sulle casse comunali. Tra l’altro, a poca distanza, ci sono le caserme a Castrovillari e Cosenza. Non si tratta nemmeno di invasione di campo, perché i militari operano in supporto e coordinamento.
C’è invece il rischio che la sicurezza venga trascinata dentro logiche di schieramento. L’ennesimo errore madornale che ci fa cadere nel provincialismo. Perché su questo tema non dovrebbe esistere maggioranza o opposizione. Esiste una comunità che chiede tutela. In passato, lo scorso anno, dopo le sparatorie si pensò di risolvere il problema potenziando di due turni la polizia municipale fino a tarda sera. Questa si a carico della casse comunali. E francamente poco incisiva sul piano di una risposta immediata.
Un Consiglio comunale ha il dovere di leggere la realtà. E la realtà, oggi, racconta di una città vulnerabile. Dire no a una maggiore presenza dello Stato significa assumersi una responsabilità politica precisa. Perché poi non si può chiedere aiuto a Roma se, sul territorio, si respingono strumenti disponibili. La coerenza è il primo passo. Il resto viene dopo. Si confondono infine, istituti diversi: l’operazione “Strade sicure” e il potenziamento di uomini e mezzi delle forze dell’ordine. La prima operazione riguarda la presenza dell’Esercito, quindi, per periodi provvisori con funzioni di presidio. La seconda richiede un intervento con investimenti maggiori, perché si tratta di assunzioni di personale con contratti a tempo indeterminato. Ecco perché, prima di avventurarsi in interventi istituzionali sarebbe il caso di informarsi, leggere, documentarsi e studiare. Se non altro perché si gioca sulla vita delle persone.
Matteo Lauria