Se lo Stato arretra, la criminalità avanza: il rischio della nuova geografia giudiziaria

Se lo Stato arretra, la criminalità avanza: il rischio della nuova geografia giudiziaria

Dalla proposta dell’ANM un paradosso pericoloso: per “efficientare” la giustizia si rischia di desertificare territori chiave come la Calabria, lasciando campo libero alle mafie

​Una recente nota dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) lancia un allarme che sa di paradosso. Nel tentativo di perseguire un agognato “efficientamento” del sistema giustizia, la proposta avanzata punta dritta verso un drastico ridimensionamento dei presidi sul territorio. I criteri sono gelidi: un tribunale resterebbe in vita solo se dotato di almeno 30 magistrati giudicanti e 10 requirenti.
​Tradotto in cifre e realtà geografica, il risultato sarebbe un massacro della presenza dello Stato: in Calabria, per fare un esempio, verrebbero soppressi ben 6 tribunali su 9. Sopravviverebbero solo i capoluoghi storici (Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria), lasciando vaste aree della regione prive di un riferimento giudiziario di prossimità.

​La giustizia non è una questione di soli numeri

​Il problema di questa impostazione è che dimentica la funzione primaria della magistratura: il presidio di legalità. In un territorio dove la ’ndrangheta ha assunto dimensioni internazionali e domina il traffico globale di stupefacenti, e dove lo sfruttamento del lavoro e la mercificazione degli esseri umani sono ferite aperte, lo Stato non può permettersi di arretrare.
​Un’organizzazione capillare non è un lusso, è una necessità operativa. Basti pensare ai problemi logistici legati agli istituti penitenziari di massima sicurezza, come quello di Corigliano-Rossano: allontanare la sede del tribunale dai luoghi di detenzione in un contesto caratterizzato da croniche carenze infrastrutturali non è “efficienza”, è un ostacolo materiale al corretto svolgimento dei processi.

​Le alternative dimenticate: recuperare risorse, non tagliare servizi

​Se l’obiettivo è davvero rendere la macchina giudiziaria più rapida e snella, la strada non può essere la chiusura dei portoni dei palazzi di giustizia. Esistono soluzioni concrete, troppo spesso lasciate nel cassetto. 
Depenalizzazione: sfoltire il codice dai reati minori per permettere ai magistrati di concentrarsi sul crimine organizzato.
Recupero crediti e PA: esistono circa 5 miliardi di euro fermi dal 2018 per sanzioni amministrative e spese di lite non riscosse. Basterebbe un piano di assunzioni straordinario per laureati in giurisprudenza — anche a tempo determinato e tramite turnazione — per colmare i vuoti amministrativi, incassare queste somme e finanziare il sistema senza tagli.
Valorizzazione del Giudice di Pace: professionalizzare questa figura e ampliarne le competenze per alleggerire i tribunali ordinari dalla micro-conflittualità.
Revisione strategica, non lineare: più che chiudere, bisognerebbe redistribuire. È necessario rivedere la geografia giudiziaria favorendo la riapertura di presidi strategici soppressi (come CoRo) per garantire che la legge sia presente dove il cittadino ne ha più bisogno.

​Una delusione per i territori

​In conclusione, la proposta dell’ANM delude profondamente. Invece di rispondere alle reali esigenze dei territori e dei cittadini, sembra guardare solo a bilanci e statistiche interne. L’amministrazione della giustizia non è un’azienda da razionalizzare a ogni costo, ma il pilastro su cui poggia la democrazia. E in Calabria, come nel resto d’Italia, meno giustizia significa, inevitabilmente, più spazio per l’antistato.

Simone Laurenzano

Redazione Comitato MagnaGraecia