Il turismo delle vanità, Mazza: “Quando la Magna Grecia diventa un paravento politico”
Il fallimento delle reti fantasma lungo lo Jonio: sigle vuote e personalismi diffusi camuffati da marketing territoriale
C’è un paradosso tutto calabrese che si consuma ciclicamente sull’altare del marketing territoriale. È la tendenza a scambiare la geografia con la geometria politica e la storia con lo slogan da volantino.
L’ultimo capitolo di questa saga si chiama Terrae Magna Grecia. Una macro-rete nata mesi fa in pompa magna sotto la spinta di Corigliano-Rossano. Un contenitore turistico-identitario che ha imbarcato oltre quaranta comuni della provincia di Cosenza, in nome di una presunta visione unitaria.
Peccato che la realtà mercatale e l’evidenza storica abbiano impiegato pochi mesi a presentare il conto. Un conto che certifica la nascita di spinte centrifughe. Dai gemellaggi enogastronomici di Cassano allo scatto in avanti dell’Alto Jonio in Regione.
Un de profundis intonato troppo presto. Prima ancora che questi comuni facessero davvero corpo unico.
Il sacrilegio storico e l’incoerenza geografica
Il primo corto circuito è identitario e merita rispetto culturale.
Battezzare un brand Terrae Magna Grecia e circoscriverlo, di fatto, entro i confini amministrativi della provincia di Cosenza non è solo un falso storico.
È una bizzarria geopolitica.
Il richiamo magnogreco non si ferma ai confini provinciali dettati dalla burocrazia odierna. Se si fosse voluto avviare un processo coerente, il dialogo naturale avrebbe dovuto saldare l’intero Arco Jonico. La Sibaritide e il Crotonese, infatti, sono il cuore pulsante dell’idea originaria dell’antica Magna Graecia.
Non è solo una questione identitaria, però.
Sibari e Crotone condividono problematiche infrastrutturali concrete e irrisolte. Dal ritardo della ferrovia Jonica, che lascia scali isolati e mal collegati tra loro, al degrado cronico della statale 106. Sono nodi che buona parte dei comuni oggi arruolati nel brand Terrae Magna Grecia non conosce e non vive sulla propria pelle. Al contrario, l’omogeneità territoriale rivierasca e pedemontana del centro nord-est condivide lo stesso destino infrastrutturale e una continuità storica che nessuno deve inventare ex novo.
Si è preferito, invece, guardare all’interno, mescolando territori privi di reali affinità.
È stato un azzardo socioeconomico inserire comunità d’area valliva. Non si possono frullare nello stesso contenitore le esigenze di quest’ultime con quelle delle aree rivierasche. Le zone vallive viaggiano su binari diametralmente opposti. Direttrici diverse per struttura, per turismo, per economia.
Il risultato? Un brand diluito. Senz’anima. Dove più si è e meno ci si riconosce.
Un errore di metodo, si dirà. In realtà, un disegno molto più preciso di quanto sembri.
Scatole cinesi e carrierismo diffuso: il vizio di non saper fare rete
Non ci sono innocenti in questa storia.
La colla del mega-brand era debole. Lo si è capito subito.
La nascita fulminea del Distretto Turistico dell’Alto Jonio alla Cittadella – a qualche mese dal parto delle Terrae – svela però una verità ben più amara.
Da un lato, il mega-contenitore originario sembra essere nato più come un’autostrada politica per legittimare leadership centralizzate ed egemonie territoriali. Dall’altro, la reazione dei comuni dell’Alto Jonio non brilla certo per lungimiranza turistica e territoriale. Le stesse micro-DMO sorte qua e là, infine, non fanno eccezione.
Siamo di fronte a un male atavico che affligge lo Jonio: l’assoluta incapacità di fare rete, costantemente affossata da esasperati personalismi. In un primo momento si generano macro-carrozzoni per fare massa critica e pesarsi sui tavoli regionali. Poi, per tutta risposta, si creano micro-scatole cinesi con l’unico obiettivo di non restare in secondo piano.
In entrambi i casi, l’obiettivo reale non è mai il turismo né la costruzione di un progetto. Invero, si finisce ostaggio del solito notabilato politico locale. Élite sempre pronte a intervenire pur di spezzare ogni embrionale visione territoriale.
Il vizio di fondo, però, è ancora più a monte.
Prima ancora di mancare la volontà, manca la consapevolezza.
Si costruiscono brand senza sapere davvero cosa accomuni i territori che vi si fanno rientrare. E senza una visione di rete capace di distinguere chi condivide problemi e prospettive da chi viene inglobato solo per completare un perimetro.
Questi contenitori, vuoti di sostanza e privi di una reale visione commerciale, vengono utilizzati da tutti gli attori in campo come paraventi e scorciatoie politiche.
Un modo per apparire. Un escamotage per trovare visibilità mediatica e alimentare opportunismi utili ad accreditarsi verso altri lidi politici.
Non è turismo. È carriera travestita da sviluppo.
Quell’unico, ironico collante
La fascia jonica resta così prigioniera di se stessa.
Un quadrante geografico incapace di pianificare i trasporti, di sostenere le vertenze infrastrutturali o di articolare pacchetti integrati commercializzabili sui mercati internazionali.
Si preferisce litigare sulle sigle, sui loghi e sulle poltrone dei direttivi.
Eppure un filo rosso comune esiste. Solo che non è quello celebrato nei comunicati stampa.
Il vero denominatore che connette la stragrande maggioranza delle comunità aderenti a questo immaginifico brand magnogreco non si trova nella storia antica. Paradossalmente, si rintraccia nella cronaca giudiziaria e amministrativa.
L’unico elemento che lega, in un comune e drammaticamente reale destino, questi territori è l’abominio logistico e geografico del Foro di Castrovillari. Un tribunale che costringe cittadini e professionisti dello Jonio a scalare le montagne per vedere garantito un diritto fondamentale.
Ecco la vera rete in cui tutti questi comuni si trovano impigliati. Tutto il resto – che si chiami “Terrae Magna Grecia” o “Distretto dell’Alto Jonio” – somiglia molto a un’operazione di distrazione di massa.
Il turismo e la storia vengono evocati non come risorse di sviluppo, ma come foglie di fico.
Foglie che coprono le solite, vecchie logiche di poltrona e di campanile.
Il resto è scenografia.
Domenico Mazza