Fusioni dei comuni, Fullone e Mazza: “Sono indispensabili. L’errore è farle senza una direzione”
720 milioni di incentivi e nessun bilancio nazionale sui risultati.
Corigliano-Rossano dimostra che il futuro non è un conto da far quadrare
I prospetti del Ministero dell’Interno, ricostruiti di recente da La Stampa, riaprono una questione che l’Italia non può più rinviare: l’organizzazione del proprio territorio. Dal 2014 al 2025 lo Stato ha destinato alle fusioni almeno 720 milioni di euro, circa 60 milioni l’anno. Nel solo biennio 2024-2025 il Viminale ne ha distribuiti circa 172 a 106 enti. Eppure manca un bilancio nazionale che colleghi quei fondi ai risultati: quali fusioni abbiano prodotto risparmi, quali abbiano migliorato i servizi e quali abbiano soltanto incassato gli incentivi.
Non basta sapere quanto è stato speso. Bisogna capire che cosa è stato costruito.
La Calabria è il luogo in cui la domanda pesa di più. Le previsioni demografiche annunciano un’emorragia di giovani nei prossimi decenni. A questo si somma un saldo naturale negativo: più decessi che nascite. La demografia presenta il conto. E, prima o poi, il conto arriva alla politica.
Circa 1.830.000 abitanti vivono distribuiti su 404 comuni: in media, circa 4.500 per comune. La media però non racconta tutto. Solo 6 comuni superano i 50.000 abitanti. Ben 324, quattro su cinque, non arrivano a 5.000. Questa frammentazione rende la regione poco appetibile per i progetti integrati europei. Quei progetti chiedono massa critica, competenze e capacità di programmazione. Una regione così divisa fatica a offrirle.
Non è soltanto una questione di identità dei territori, ma di sostenibilità delle amministrazioni. I comuni, d’altronde, sono una ricchezza quando rappresentano comunità vive. Diventano invece un problema quando devono mantenere una macchina amministrativa completa per popolazioni sempre più ridotte.
Che le fusioni servano lo dice la demografia. Che funzionino lo dirà solo una verifica.
Non bastano unioni: occorrono fusioni
Le unioni di comuni e le gestioni associate permettono di condividere alcuni servizi, e in certi casi funzionano. Ma lasciano in piedi l’intero apparato politico. Ogni comune conserva il suo sindaco, la sua giunta, il suo consiglio. La fusione, invece, riduce davvero il numero degli amministratori. Dovrebbe alleggerire anche il costo della burocrazia per lo Stato.
Il punto, però, non è il numero. È la competenza. Esistono molte comunità che pur avendo apparati amministrativi non dispongono delle professionalità per concorrere ai bandi europei e ai progetti di sviluppo. Un apparato completo, ma privo di competenze, costa molto e produce poco. Meglio meno amministratori e più capacità tecniche: strutture abbastanza grandi da progettare, rendicontare e attrarre risorse. La dimensione, da sola, non produce competenze: servono entrate certe e personale adeguato.
Per questo la soluzione non può essere aritmetica. Non basta unire più municipi e sommare gli abitanti. Occorre capire quali territori condividano storia, relazioni economiche, infrastrutture, servizi e prospettive. La Calabria deve ragionare per aree, per reti, per sistemi. Meno confini amministrativi, più geografia economica. La prossimità va organizzata dentro il nuovo comune, con presìdi e consulte locali. Solo così nascono comuni che contano di più. Scompaiono i vecchi enti. Restano le identità.
Fusioni necessarie, fusioni strategiche: la legge deve distinguere
È bene essere chiari: una fusione non vale l’altra. Alcuni comuni si aggregano perché non riescono più a sostenere da soli personale, uffici e servizi. È una necessità che per molti piccoli enti diventerà inevitabile. Altre fusioni nascono dalla volontà di ridisegnare un territorio.
Nel primo caso si cerca sostenibilità. Nel secondo si persegue una strategia.
La legge dovrebbe riconoscere questa differenza con criteri chiari e verificabili. Così la distinzione non diventa discrezionalità. Ne bastano tre. Il primo è la popolazione: serve a capire se l’ente è sotto la soglia di sostenibilità. Il secondo è la continuità territoriale: verifica che i territori siano davvero contigui e collegati. Il terzo riguarda le funzioni condivise: misura quanto i comuni già operino insieme. Dove prevale il primo criterio, la fusione è necessaria e serve un incentivo. Dove contano soprattutto gli altri due, può diventare strategica. Per questo serve molto di più: programmazione, infrastrutture, servizi integrati, collegamenti, competenze.
Il denaro può aiutare. La direzione deve guidare. Gli incentivi, da soli, non bastano, e la fusione non può diventare una rendita finanziaria. Il contributo va legato ai risultati: a rate, e solo dopo la verifica.
Una politica nazionale per le fusioni strategiche non significa decidere da Roma. Significa fissare regole uguali e criteri verificabili. I territori prendono l’iniziativa. Le Regioni la sanciscono con una legge. Lo Stato ne verifica i risultati.
Corigliano-Rossano: la fusione non si misura soltanto con una calcolatrice
La fusione tra Corigliano e Rossano non può essere giudicata solo contando uffici accorpati, dipendenti, economie e trasferimenti ricevuti. Sono dati importanti, ma non raccontano tutto. Nel 2025 Corigliano-Rossano è tra gli enti che hanno ricevuto il tetto massimo del contributo statale: due milioni di euro. Il numero dice quanto è arrivato, non che cosa è cambiato. La nuova città jonica è una realtà territoriale, e la sua dimensione non coincide con la somma delle due amministrazioni precedenti.
Va detto senza tentennamenti: l’integrazione è avviata, ma non compiuta. Con 74.000 abitanti è oggi il comune più popoloso della provincia di Cosenza. Eppure funzioni che una città di questa dimensione dovrebbe ospitare restano ancora altrove. Ed è proprio per questo che il caso è utile. Non bastano un unico municipio, un unico bilancio, un unico sindaco. Bisogna mettere in rete ciò che prima procedeva separato e trasformare la dimensione amministrativa in capacità di governo. Un comune più grande può programmare in modo diverso, dialogare con la Regione con più forza, intercettare investimenti. Può costruire una strategia comune su infrastrutture, turismo, industria, ambiente, mobilità e servizi. Ma deve dimostrarlo.
Il suo risultato andrebbe misurato non in euro risparmiati, ma in servizi creati, investimenti attratti, collegamenti realizzati e capacità di programmazione acquisita. È lo stesso bilancio che manca a livello nazionale, e che lo Stato dovrebbe pretendere con il coraggio di riconoscere dove gli obiettivi non sono stati raggiunti.
La domanda, allora, non è se le fusioni servano. Ne siamo certi: serviranno sempre di più. La domanda vera è un’altra: che cosa vogliamo costruire attraverso di esse?
Se vogliamo soltanto risparmiare, avremo prodotto una riorganizzazione amministrativa. Se vogliamo territori più forti, avremo prodotto una riforma.
Il futuro della Calabria non sarà scritto dal numero dei municipi. Sarà scritto dalla capacità di trasformare comunità separate in sistemi territoriali capaci di progettare, competere e crescere insieme.
Sandro Fullone
Domenico Mazza