Calabria, Mazza: “Il riscatto parte dall’Arco Jonico”
Centralismo e rassegnazione bloccano il nord-est della regione. Solo una massa critica può conquistare rappresentanza
La Calabria e il Mezzogiorno si trovano a un crocevia storico, e per questo la questione territoriale non può più restare ai margini dell’agenda nazionale. Ne è la prova il nord-est calabrese, il tratto dell’Arco Jonico che va dalla Sibaritide al Crotonese, con potenzialità straordinarie lasciate ancora inespresse. Da decenni i divari strutturali, la carenza di servizi essenziali e una governance fortemente accentrata ne frenano lo sviluppo. Quest’area paga più di ogni altra questo ritardo. A produrlo concorrono tre fattori: il centralismo, l’isolamento, la rassegnazione. La politica dichiara di combattere il centralismo e intanto lo alimenta. L’isolamento dura da oltre mezzo secolo. La rassegnazione è diventata abitudine. Esiste però una via d’uscita: passa dalla saldatura tra realtà vicine. Quell’unione può produrre massa critica e convertirla in rappresentanza politica. Per riuscirci serve un ripensamento culturale e politico che scardini gli equilibri consolidati. Serve una comunità che ritrovi la forza di reagire.
Nessuno regalerà al territorio il suo peso. Dovranno conquistarlo le comunità.
Le cupole del centralismo
L’Italia è un Paese centralista. Nelle regioni meridionali il centralismo pesa ancora di più, e in Calabria assume forme parossistiche. L’impostazione si consolida con l’istituzione delle Regioni negli anni Settanta, che ha moltiplicato i centri di comando invece di ridurli. Questo assetto ha prodotto equilibri di potere cristallizzati, dentro i quali le classi dirigenti locali si annidano e si riproducono. La politica finge di combatterlo. Eppure le candidature si ratificano nelle cupole di potere, cioè nelle segreterie politiche romane e nei vertici partitici dei capoluoghi storici. Tutte le scelte che contano passano da lì. Perciò, per entrare nel sistema, bisogna risultare funzionali a quel meccanismo. Chi aspira a un ruolo deve prima mostrarsi asservito. Il vizio non appartiene a una parte: attraversa tutti gli schieramenti. Le resistenze al cambiamento nascono dagli apparati che traggono vantaggio dallo status quo. Nessuno può riscrivere le prospettive di un’area restando dentro un sistema che non rappresenta i cittadini e che ha impedito uno sviluppo regionale equo. La critica al centralismo è doverosa. Da sola, però, non basta: deve trasformarsi in una spinta attiva, capace di abbattere le barriere che la conservazione politica ha eretto.
Il sistema non si riformerà dall’interno. L’impulso dovrà arrivare dalle comunità.
A sud di Sibari, il prezzo del ritardo
La frattura geografica divide la Calabria in due. Il versante tirrenico mantiene, bene o male, un certo livello di servizi e infrastrutture. Su quello jonico la situazione cambia radicalmente. Il concetto stesso di servizio pubblico efficiente, dalla sanità alla viabilità, è quasi uscito dal vocabolario comune. Di conseguenza, si indebolisce ogni garanzia dei diritti fondamentali. Da oltre cinquant’anni tutte le grandi direttrici realizzate fino a Sibari hanno deviato verso l’area valliva e tirrenica. È accaduto con la ferrovia. La prima elettrificazione, partita da Taranto verso Sibari, non è proseguita verso Crotone: ha deviato verso Cosenza. È accaduto con le strade. L’obiettivo era congiungere l’A2 con la statale 106, e tutto ciò che stava oltre Sibari è stato dimenticato. Nemmeno l’area a nord di Sibari ha goduto di particolari riguardi. La sua posizione l’ha però resa il naturale collettore tra Adriatico e Tirreno, e le direttrici dovevano per forza passarvi. A sud nessun collegamento aveva ragione di arrivare. Questa parte di Calabria è rimasta tagliata fuori, e il distacco non si è fermato alle strade. È diventato culturale. Un’area che nessuno raggiunge non scambia persone, idee, competenze. Il ritardo non è nato ieri: è uno squilibrio storico e strutturale, cristallizzato da decenni, che ha logorato le comunità. Chi vive in una marginalità economica e sociale impara a rassegnarsi e perde fiducia nelle istituzioni. Il divario con il versante tirrenico alimenta la percezione di una cittadinanza di serie B. Ogni iniziativa di riscatto civico deve scardinare tale immobilismo.
Il declino non è un destino ineluttabile. È il prodotto di politiche inadeguate.
Uniti per contare
Il rilancio passa dalla capacità di fare sistema. L’area jonica della Calabria ha, per posizione e risorse, tutti gli elementi per trainare la regione e l’intero Mezzogiorno. Tuttavia le analisi economiche non bastano a trasformare questo potenziale in realtà. Né la Sibaritide né il Crotonese possono farcela da soli. I due comprensori hanno interessi comuni e devono saldarsi in un unico blocco. Condividono tre terreni d’azione: le infrastrutture, la sanità, il mare. Sulle infrastrutture servono priorità unitarie, non progetti separati. Nella sanità i confini burocratici, superati dai fatti, tengono ancora distanti la Sibaritide e il Crotonese. Sul mare il paradosso è evidente: i porti di Crotone e Corigliano-Rossano fanno capo a Gioia Tauro, sul Tirreno. Taranto, a due passi sullo stesso mare, resta un’autorità a sé. Il mare unisce le coste joniche di più regioni. Le competenze portuali le allontanano. Sul piano demografico la Sibaritide e il Crotonese costituiscono una massa che separatamente non possiedono: circa 400.000 persone, più di un quinto dei calabresi. Una popolazione di queste dimensioni può spostare l’ago della bilancia negli equilibri regionali. Conta però il modo in cui si presenta. Se resta dispersa, chiede attenzione senza ottenerla; se si unisce, diventa un interlocutore che nessuno può ignorare. Quella massa deve tradursi in rappresentanza politica. Su infrastrutture, sanità e mare le rivendicazioni dei due ambiti dovranno confluire in un’agenda unica, da difendere insieme. Per questo Sibaritide e Crotonese meritano una regia unitaria.
Certo, c’è chi lo contesta: i due territori sarebbero troppo eterogenei, i loro poli troppo rivali. Le differenze esistono, ma nascono da decenni di abbandono, non da un’incompatibilità. La rivalità è figlia della scarsità: dove le risorse mancano, ci si contende ciò che resta. Finché le candidature si decideranno nelle cupole di potere, una terra divisa resterà una riserva di consenso da amministrare. Una terra coesa, invece, tratterà il proprio peso e pretenderà rappresentanti che rispondano a chi li elegge. Nessuna cupola rinuncia a un blocco compatto che può spostare gli esiti: è tempo di superare la frammentazione.
Il territorio ha i numeri. Gli manca ancora la voce.
Domenico Mazza